2.10.2026

Viðtal í ítölsku vefriti


Intervista con Björn Bjarnason: la posizione internazionale dell’Islanda e le ragioni dell’esito del referendum

Vincenzo Ferrara di Vincenzo Ferrara

2 Ottobre 2026

La vittoria del “no” al referendum sul riavvio dei negoziati fra Islanda e UE è un tema ancora caldo nel dibattito europeo. Analizziamo le ragioni dell’esito referendario e la posizione internazionale di Reykjavik in un’intervista con Björn Bjarnason. Per molti anni è stato un deputato del Partito dell’Indipendenza (Sjálfstæðisflokkurinn), membro dei comitati parlamentari sugli affari esteri e sugli affari costituzionali, nonché per 7 anni Ministro dell’Istruzione, della Scienza e della Cultura e poi per 6 anni Ministro della Giustizia e degli Affari ecclesiastici. Peraltro, è anche uno dei blogger più longevi della storia di Internet, con un sito personale attivo dal 1995, primo fra i politici islandesi ad avere un proprio sito web.

Prima di rispondere alle domande, il signor Bjarnason ha voluto evidenziare che la sua opposizione a che l’Islanda diventi uno Stato membro dell’Unione Europea non implica l’opposizione alla cooperazione europea, alla NATO o al sostegno occidentale all’Ucraina. La Russia è il Paese aggressore dell’Ucraina. La sicurezza dell’Islanda poggia sull’accordo bilaterale di difesa con gli USA e sulla sua membership della NATO. Reykjavik supporta fermamente Kiev e la cooperazione atlantica anche se ha scelto di non unirsi all’Unione Europea.

Screenshot-2026-10-02-at-17.39.55Vincenzo Ferrara blaðamaður.

– La vittoria dei “no” non è stata molto ampia. Qual è stato il fattore decisivo per questo risultato?

– L’esito è stato del 52,8% di contrari e 47,2% di favorevoli. Non una vittoria a valanga, ma certamente una scelta chiara e democratica. L’affluenza è stata dell’82,5%, con 225.301 persone che hanno espresso la loro preferenza. Tale partecipazione eccezionalmente alta ha conferito un notevole peso politico al risultato. Tuttavia, quando riflettiamo sul margine relativamente stretto è essenziale distinguere fra il supporto alla ripresa dei negoziati e il supporto alla membership UE in sé stessa. Non sono la medesima questione.

Politica

L’esito del referendum non deve quindi essere interpretato in modo da far sembrare che il 47,2% degli islandesi sia a favore dell’ingresso nella UE. Alcuni votanti volevano riaprire i negoziati allo scopo di valutare un possibile accordo senza però aver deciso di appoggiare la membership. Quando la domanda è stata posta in maniera diretta, la maggioranza contro di essa è stata più ampia. Per capire perché il “no” ha vinto, bisogna anche specificare cosa è stato chiesto agli islandesi di approvare. L’Islanda presentò domanda di adesione alle UE nel 2009 e i negoziati di accesso vennero formalmente aperti nel 2010. Il governo islandese li sospese nel gennaio 2013 senza che un accordo fosse stato preso. Le questioni più difficili per l’Islanda, in particolare riguardo alla pesca e all’agricoltura, non erano state risolte.

Dal momento dell’interruzione, non si è mai coagulata una maggioranza al Parlamento islandese per la membership UE. Nemmeno con le elezioni politiche del novembre 2024 si è prodotta una tale maggioranza. La coalizione di centro-sinistra formatasi dopo le elezioni non ha trovato il consenso a che Reykjavik debba entrare nell’Unione Europea. Il suo compromesso era semplicemente per promettere un referendum se i vecchi negoziati di accesso dovessero essere ripresi.

Così, il referendum del 2026 non è stato né un voto su un trattato di adesione negoziato né un voto diretto sull’adesione stessa. Chiedeva solo se il governo dovesse avere il permesso di riavviare il processo iniziato con la candidatura del 2009. I sostenitori del rinnovo delle trattative hanno effettuato la loro campagna sotto lo slogan “Sì, allo scopo di vedere”. Dicevano che gli islandesi dovessero prima scoprire quali termini offriva Bruxelles e poi decidere sull’adesione con un secondo referendum. Però gli effetti fondamentali della membership si conoscevano già.

Con l’accordo dello Spazio Economico Europeo (SEE) l’Islanda partecipa al mercato comune dal 1994. I cittadini e le aziende islandesi possono già godere dei principali benefici di tale mercato. L’adesione piena all’Unione Europea non era infatti richiesta per ottenervi l’accesso. Il grosso effetto ulteriore della membership sarebbe di trasferire autorità alla UE in campo che sono all’esterno della SEE e sotto il controllo di Reykjavik. Soprattutto pesa e agricoltura, che non sono questioni periferiche per l’Islanda. L’industria ittica è uno dei fondamenti dell’economia nazionale e il controllo sulle risorse marine entro la zona economica esclusiva di 200 miglia dell’Islanda è qualcosa di inseparabile dalla storia di indipendenza e sovranità del Paese.

La scelta quindi era più chiara dello slogan suggerito “Sì, allo scopo di vedere”. Agli islandesi è stato chiesto di approvare le trattative volte all’adesione alla UE. Diventando membri, avremmo dovuto necessariamente accettare l’autorità dell’Unione e le sue politiche comuni su pesca e agricoltura. Gli accordi transitori o le norme particolari sarebbero state discusse, ma in quei settori l’autorità finale legale e politica sarebbe passata da Reykjavik alle istituzioni dell’Unione Europea. Molti votanti non hanno intravisto alcuna ragione convincente per effettuare tale trasferimento. L’Islanda già partecipa al mercato unico mediante la SEE, pur mantenendo l’autorità nazionale su pesca e agricoltura. I sostenitori della riapertura dei negoziati non hanno dimostrato i benefici addizionali che avrebbero giustificato l’accettazione di tale autorità.

Il fattore decisivo quindi non è stata l’avversione all’Europa. È stato invece il rifiuto di dare al governo il mandato di riprendere il processo di adesione quando né il parlamento né la coalizione governativa dispongono di una maggioranza a favore di questo obiettivo finale. Il risultato ha rivelato anche l’importanza della formulazione della domanda. Una risicata maggioranza ha rigettato il rinnovo delle trattative, ma i sondaggi che ponevano domande direttamente sulla membership hanno mostrato che una maggioranza evidente è contraria ad unirsi alla UE. Gli islandesi erano quindi più propensi a valutare i negoziati che non ad accettare lo scopo inteso da essi.

– Nella percezione dell’Unione Europea da parte della società islandese quali sono le differenze fra i Suoi tempi e l’epoca attuale?

– Quando lo Spazio Economico Europeo (SEE) venne discusso e avviato nei primi anni ‘90, la questione centrale era se l’Islanda potesse partecipare all’emergente mercato unico europeo dopo la fine della Guerra Fredda. Gli Accordi del SEE diedero a Reykjavik l’accesso a quel mercato lasciando però sotto il controllo nazionale la pesca, l’agricoltura, la politica doganale e gli scambi commerciali indipendenti con l’estero. All’epoca, anche la stessa Unione Europea era differente. L’integrazione europea si è poi approfondita mediante trattati successivi, l’introduzione dell’euro, l’espansione del voto a maggioranza qualificata e il trasferimento di ulteriori poteri alle istituzioni UE. L’Unione si è allargato molto ed è diventata un’organizzazione più esplicitamente politica.

Pure la società islandese è cambiata. Oggi gli islandesi hanno più di tre decenni di esperienza concreta del SEE. La cooperazione europea non è più una questione astratta, perché l’Islanda partecipa al mercato unico e all’area Schengen, e i cittadini islandesi studiano, lavorano e fanno business in tutta Europa. Anche le relazioni istituzionali sono più estese di quello che a volte viene detto. Durante la fase preparatoria della nuova legislazione riguardante il SEE, gli specialisti islandesi hanno partecipato ai gruppi di esperti della Commissione Europea e alle riunioni degli altri comitati. Possono contribuire con la conoscenza tecnica e provare a influenzare le proposte prima che venga raggiunta la fase decisionale formale.

Reykjavik prende parte altresì al lavoro di altre agenzie europee specializzate, in alcuni casi attraverso rappresentanti e osservatori, sebbene priva del diritto di voto tipico di uno Stato membro. Inoltre prende parte all’intensa cooperazione europea in fatto di istruzione, ricerca, scienza e cultura, compreso l’Erasmus+ e gli altri programmi culturali e di ricerca europei. Tutto ciò è importante, perché l’Islanda non è al di fuori della collaborazione continentale in attesa di decisioni prese da Bruxelles. Attraverso il SEE e gli accordi relativi, partecipa attivamente alla preparazione e all’implementazione pratica di una grossa fetta di cooperazione.

E si tratta comunque di una chiara distinzione istituzionale. L’Islanda non ha il voto nel Consiglio dell’Unione europea o rappresentanti eletti al Parlamento europeo. Una volta che una decisione UE è arrivata al momento legislativo formale, Reykjavik non prende parte alla sua adozione. La sua influenza è maggiore nella preparazione e nel lavoro propedeutico degli esperti, fase che viene spesso descritta come “modellazione della decisione”, ma non nell’atto finale della presa di tale decisione. Questa esperienza ha prodotto due conclusioni opposte. I sostenitori della membership dicono che il Paese già oggi applica molte norme UE e dovrebbe quindi ottenere il voto nella rappresentanza formale delle istituzioni che le adottano.

I contrari dicono invece che la rappresentanza formale darebbe a un Paese di meno di 400mila abitanti un peso limitato a livello di voto, mentre la membership darebbe alla UE l’autorità in materie deliberatamente escluse dal SEE, in particolare pesca e agricoltura. Il SEE ha altresì dimostrato che la stretta integrazione non richiede il diventare membri a tutto gli effetti. L’Islanda gode dell’accesso al mercato unico, partecipa alle agenzie specializzate e prende parte alla collaborazione europea sul piano scolastico, scientifico e culturale. E al tempo stesso mantiene il controllo sulle politiche che riguardano le sue risorse naturali.

Negli anni passati alcuni sostenitori della membership la presentavano come un passaggio futuro inevitabile. Oggi questo argomento ha perduto forza. Il SEE dura da più di tre decenni, l’Islanda ha prosperato al di fuori della UE e sussistono alcuni modelli differenti di cooperazione europea. Il dibattito si è quindi spostato di più sul piano pratico. La questione non è se l’Islanda appartenga all’Europa, perché ciò è innegabile a livello geografico, culturale ed economico. Anche la sua scelta fra partecipazione e isolamento è chiara. La vera questione è se i vantaggi dell’essere formalmente un membro e un voto dal peso limitato nelle istituzioni UE possano giustificare il trasferimento di autorità sui settori ulteriori che restano oggi sotto il controllo democratico degli islandesi.

La mia conclusione, basata su più di 30 anni di esperienza, è che il SEE dia all’Islanda un inusuale equilibrio positivo: accesso esteso, partecipazione e influenza sulla cooperazione europea senza la membership piena nell’Unione Europea.

– Il risultato è più un messaggio rivolto alla politica interna di Reykjavik oppure può anche essere un ammonimento per i governi continentali sul fatto che una stretta cooperazione europea non richieda necessariamente di essere membri della UE?

– Il risultato è stato anzitutto un verdetto sulla politica interna dell’Islanda. Il governo ha chiesto un mandato per riaprire il processo di adesione e gli elettori glielo hanno negato. In particolare, si è trattato di una sconfitta per la politica UE perseguita dal Partito Riformista e dal ministro degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir.

Il significato più ampio di tale risultato non dovrebbe essere esagerato, ma nemmeno ignorato. Gli islandesi hanno confermato di saper distinguere fra l’Europa e l’Unione Europea e fra una stretta cooperazione con la UE e l’adesione ad essa. Personalmente ho sempre sottolineato di non essere contrario all’Unione Europea. Sono contrario a che l’Islanda entri nell’Unione Europea. La UE costituisce una cornice legittima per gli Stati che hanno scelto la membership, ma non si tratta dell’unica cornice per una cooperazione europea che abbia successo.

Islanda, Norvegia e Liechtenstein hanno dimostrato tramite il SEE che i Paesi europei possono avere una parte profonda nel mercato unico ed altre forme di collaborazione, ma sena dover dimostrare membri dell’Unione. Gli islandesi non hanno votato per l’isolamento, ma per conservare quella alternativa. Quindi il messaggio è diretto anzitutto ai politici nazionali: non dovete confondere il supporto alla collaborazione europea col supporto alla membership. E ai governi europei ricorda che l’Europa è più grande della UE e che le diverse nazioni democratiche potrebbero scegliere di intrattenere con essa diverse relazionali istituzionali.

– Come detto, l’Islanda sta cooperando con la UE da molti anni, fa parte del SEE e della NATO e mantiene ottime relazioni con tutti i Paesi europei. Dunque per quale motivo Bruxelles ci tiene tanto a farla diventare un membro a tutti gli effetti? Che problemi creerebbe a Reykjavik la membership? Come influenzerebbe la società e l’economia islandese?

– Mi ha stupito molto l’enfasi messa dal commissario UE per l’Allargamento Marta Kos sul significato geopolitico della membership islandese. La Commissione infatti non ha trattato il referendum semplicemente come un dibattito interno di Reykjavik sugli accordi economici. La Kos invece lo ha ripetutamente inquadrato nella più ampia strategia di espansione dell’Unione Europea, descrivendo l’allargamento come una politica di sicurezza e come un mezzo per rimodellare l’architettura dell’Europa sul piano politico e, appunto, della sicurezza.

Dopo aver incontrato il Ministro degli Esteri islandese lo scorso 18 marzo, la Kos ha parlato di “realtà particolare” dell’Islanda e ha sottolineato come i negoziati sulle istanze prioritarie dell’isola potessero essere accelerati. Il 30 aprile ha parlato del referendum come di una prova che i Paesi europei si stessero avvicinando a Bruxelles. Cosa ancor più importante, il 16 luglio ha detto che il “sì” nel referendum “restituirebbe alla UE un Paese-candidato”.

Poco prima del voto ha anche ipotizzato che l’Islanda potesse completare i negoziati nel giro di uno o due anni. Reykjavik è stata presentata come un candidato particolarmente conveniente perché è già dentro il mercato unico e l’area Schengen, ha adottato la gran parte della legislazione UE e probabilmente diventerebbe un contribuente netto al bilancio dell’Unione.

Ciò suggerisce che l’Islanda veniva vista non solo come un Paese che cerca l’adesione, ma anche come strumento per ravvivare il processo di allargamento della UE. In un periodo in cui i negoziati con diversi Stati-candidati sono lenti e politicamente difficili, l’Islanda potrebbe essere portata a esempio di rapido successo e come prova che l’allargamento ha ancora una sua forza.

Si discuteva se l’adesione dell’Islanda potesse essere in qualche modo collegata a quella del Montenegro. L’idea di fondo era che un’Islanda prospera, destinata con tutta probabilità a divenire contribuente netto del bilancio dell’Unione, aiuterebbe a controbilanciare il peso finanziario dell’ammissione di un Paese molto più povero. Che tale pacchetto sia stato formalmente considerato o meno, la discussione ha rafforzato l’impressione che Reykjavik veniva vista parzialmente come strumento della più ampia politica di allargamento della UE invece che unicamente sul merito della membership islandese in quanto tale.

E c’era anche un’evidente dimensione geopolitica. L’Islanda si trova proprio nel punto in cui si incontrano Europa, Nord America e Artico. Occupa cioè una posizione chiave sulle rotte aeree e marittime dell’Atlantico settentrionale ed è al passaggio settentrionale fra l’Oceano Atlantico e le regioni artiche. La UE ha già la sua presenza artica grazie alla Danimarca, alla Finlandia e alla Svezia. L’adesione islandese però espanderebbe e rinforzerebbe la posizione politica dell’Unione nell’Atlantico settentrionale, più vicina alla Groenlandia e al Nord America. Darebbe cioè a Bruxelles un più saldo punto di appoggio istituzionale in una zona la cui importanza strategica sta aumentando a causa dell’attività militare russa, delle nuove rotte marittime, delle risorse naturali, delle infrastrutture sottomarine e della competizione fra le grandi potenze.

Dal punto di vista della Commissione, l’Islanda offre quindi una combinazione inusuale: un Paese situato strategicamente fra Artico e Nord Atlantico, già molto integrato nell’economia e nell’ordinamento UE, in grado di muoversi agevolmente nelle negoziazioni e di contribuire al bilancio UE con più di quanto riceva. Sono interessi comprensibili da parte della Commissione, ma gli interessi geopolitici delle istituzioni UE non coincidono in automatico con quelli nazionali dell’Islanda. La UE non darebbe all’Islanda nuove fondamenta per la sua sicurezza militare. La difesa dell’isola poggia sulla NATO e sugli accordi bilaterali di difesa con gli Stati Uniti d’America. La UE non è un sostituto per tutto ciò. Un trasferimento costituzionale permanente di autorità all’Unione Europea non dovrebbe quindi essere giustificato dall’incertezza temporanea della politica o delle relazioni internazionali, in particolare quelle con l’amministrazione americana.

L’argomentazione economica deve altresì cominciare dal fatto che l’Islanda già partecipa al mercato unico europeo tramite gli accordi SEE. I cittadini e le aziende islandesi godono già dei principali benefici. L’ulteriore effetto centrale di essere Paese membro non sarebbe quindi l’accesso al mercato unico, ma la cessione di autorità alle EU in campi al di fuori del SEE.

Ciò riguarda soprattutto la pesca e l’agricoltura. L’Islanda sarebbe tenuta ad accettare l’autorità legale dell’Unione e le sue politiche comune in entrambi gli ambiti. Si potrebbero negoziare accordi speciali o norme transitorie, ma ciò dovrebbe comunque restare nel quadro giuridico della UE. L’ultima parola non sarebbe più un’esclusiva dell’Islanda.

La membership inoltre porterebbe l’isola dentro l’unione doganale e la politica commerciale comune, limitando l’attuale libertà di condurre relazioni commerciali esterne tramite l’EFTA. Reykjavik sarebbe rappresentata dentro le istituzioni UE, ma come Paese che conta meno di 400mila abitanti il peso formale del suo voto sarebbe inevitabilmente basso.

Vi sarebbe anche un altro effetto costituzionale fondamentale. La legislazione UE ha il primato negli ambiti governati dall’Unione. Diventando un Paese membro, l’Islanda dovrebbe alterare il suo ordinamento costituzionale allo scopo di consentire un trasferimento dell’autorità legislativa, esecutiva e giudiziaria molto più esteso di quello implicato dagli Accordi SEE. I sostenitori della membership esaltano l’euro, i minori tassi di interesse e la maggiore stabilità economica. Sono punti che meritano un dibattito, ma l’adesione alla UE non risolverebbe automaticamente i problemi interni dell’Islanda in fatto di inflazione, spesa pubblica, edilizia e formazione degli stipendi. Inoltre, l’adozione dell’euro non avverrebbe semplicemente e subito dopo l’ingresso nell’Unione.

La scelta reale dunque non era tra l’Europa e l’isolamento, e nemmeno tra la sicurezza o la vulnerabilità geopolitica. Era se l’Islanda dovesse sostituire le attuali relazioni SEE con la membership piena cedendo ulteriori pezzi di sovranità alla UE. L’Islanda aveva una grande attrattività per la Commissione grazie alla sua posizione geopolitica, il suo essere già pronta per un ingresso rapido e i suoi probabili contributi finanziari. Quelle stesse considerazione non dimostravano però che la membership sarebbe stata nell’interesse di Reykjavik. Il referendum ha mostrato che gli islandesi non sono pronti a fare una scelta costituzionale permanente al fine di dare all’Unione Europea una presenza nordatlantica e un nuovo conveniente successo della sua politica di allargamento.

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Vincenzo Ferrara